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Ambizioni di Formigoni e la leggenda post-voto del tradimento ciellino

di MARCO ALFIERI

Il ciellino Roberto Formigoni.
Il coordinatore regionale «falco» Mario Mantovani.
Il suo predecessore Guido Podestà.
La pasionaria Daniela Santanchè.
È una guerra per bande feroce.

Dentro al Pdl lombardo la sconfitta di Letizia Moratti nel primo tempo delle comunali ha riaperto scontri mai sopiti. Non potendo denunciare la debolezza amministrativa del sindaco né accusare Silvio Berlusconi per la drammatizzazione del voto, che ha tenuto a casa un pezzo di Milano moderata (Moratti ha perso 80 mila voti sul 2006), si cerca il capro espiatorio su cui scaricare la colpa.

E chi si presta meglio di Formigoni, che scalpita per strapparela leadership nel postBerlusconi?

Un’altra volta, dopo l’appoggio a Roberto Lassini, l’inventore dei manifesti sui «Pm come le Br», è Il Giornale a menare le danze.
Ieri, un editoriale del direttore Sandro Sallusti ha accusato Comunione e liberazione di aver remato contro la Moratti (e quindi Berlusconi), a partire dal suo leader politico Formigoni, assente durante la campagna elettorale. La prova della fronda starebbe anche nella scelta morattiana di interrompere la consulenza con l’agenzia di comunicazione Sec di cui è proprietario Fiorenzo Tagliabue, professionista di area Cl, e in altre minutaglie spacciate per oro colato: una fantomatica poltrona di vicesindaco che Giuliano Pisapia avrebbe offerto a una donna vicina a Cl, fino alla solidarietà del ciellino Maurizio Lupi che ha difeso lo stesso Pisapia dalle accuse morattiane di aver rubato un auto negli Anni Settanta. Tanto basta per costruire la leggenda del complotto ciellino e del voto disgiunto anti Moratti.

Sarebbero loro i traditori, per i falchi berlusconiani raccolti intorno al Giornale di Sallusti. Ieri, sulla vicenda, il primo titolo del quotidiano era non a caso «Moratti scarica Cielle».
Poi ammorbidito, anche se nel pezzo di pagina 3 è rimasta l’accusa all’agenzia di Tagliabue di «aver avuto un ruolo chiave nello scivolone tv della Moratti».
Ipotesi smentita carte alla mano da Sec, contraria al killeraggio e, sul piano politico, direttamente da Formigoni, che respinge l’accusa di frondismo.
«Spiace che questo attacco avvenga dalle colonne di un giornale che poche settimane fa invitava non a votare Berlusconi ma quel Lassini che è stato causa di un atteggiamento di disagio di tanti nostri elettori», va giù duro il governatore lombardo. Che critica «alcuni illustri esponenti del Pdl che hanno alzato i toni molto sopra le righe e oggi cercano di scaricare un po’ vilmente la responsabilità su altri, Cl e Lega. Facciano un po’ l’esame di coscienza...».

Più che le parole di Formigoni, potrebbero essere interessate, contano i numeri.
E su Milano i flussi dicono che il complotto non esiste.
Alcuni dati rivelatori: il sindaco, nonostante i media sostengano il contrario, ha preso 16 mila voti più della coalizione (273 mila consensi contro 257 mila delle liste); le preferenze incassate dai 5 candidati ciellini in lista sono state 8.100 (Carlo Masseroli è stato il pidiellino più votato dopo Berlusconi e De Corato con 3.401) contro le 8.500 del 2006 quando ci furono 20 mila votanti in più e correvano big locali del movimento come Brandirali, Beretta e Garrocchio.
Inoltre il pacchetto controllato in città dalla galassia Cl/Compagnia delle Opere vale 10 mila voti, 15 mila quando si mobilitano a tappeto.
Se al sindaco ne sono mancati 80 mila, non è andata sotto il voto di lista e lo scarto con Pisapia è di 42 mila, difficile sostenere la tesi di una fronda interna che l’ha fatta cadere. In effetti «le preferenze dei candidati di Cl sono le stesse delle precedenti amministrative», ammette Maria Stella Gelmini.

Intendiamoci, Moratti e Formigoni non si amano.
Tra i due ci sono state guerre furibonde: dal controllo della macchina Expo 2015 alla società che dovrà acquistare i terreni dalla Fiera di Milano per costruirci sopra i padiglioni espositivi, dalla specializzazione degli aeroporti di Linate e Malpensa all’Ecopass, dall’urbanistica al risiko energetico (la multiutility A2A). La stessa galassia ciellina ha più volte manifestato riserve sull’appeal di un mandato bis dell’ex ministro. Ma un conto sono le guerre di potere, la freddezza verso un candidato debole che ha portato il movimento a fare il minimo garantito in campagna elettorale, le riserve verso i toni verbali di un Lassini, i colpi bassi nei faccia a faccia o, rigorosamente in privato, il bunga bunga di Silvio, un altro mollare scientificamente la nave.

Chi conosce la Compagnia e i suoi appetiti negli affari sa benissimo che il sindaco di Milano ha sempre ricompensato gli amici del «Gius». Uomini di cielle sono nelle controllate comunali, in giunta, nelle partecipate della Fiera. Le associazioni di riferimento sono regolarmente foraggiate dall’amministrazione mentre arriva anche da ambienti ciellini il suggerimento alla Moratti di offrire a Gabriele Albertini la poltrona di vice sindaco come asso nella manica per convincere i moderati a tornare a votarla al ballottaggio. «Il nostro obbiettivo è rivincere Palazzo Marino, tassativo», conferma una fonte interna. Insomma non c’è motivo per rompere adesso, prima dell’abissodi una eventuale sconfitta.

Allora perché un attacco a freddo a Cielle?
Sicuramente c’è l’esigenza di trovare un alibi per giustificare il crollo di domenica, non potendo attaccare direttamente il premier.
Ma anche, più maliziosamente, la volontà di spedire da via Negri un avviso preventivo a Formigoni e al suo mondo, dopo quello a Giulio Tremonti.
Frena le tue ambizioni, caro Roberto: ogni scelta per il dopo deve passare da Berlusconi...

da LA STAMPA del 19 maggio 2011


pubblicazione: 20/05/2011

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