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mercoledì
21
ottobre
2020
Sant'Orsola e compagne martiri



Alfano: «Nel Pdl ora primarie per tutti»

Nel PdL tutti scelti dai cittadini.

«Primarie per tutti».

Con il più classico degli slogan berlusconiani, Angelino Alfano preannuncia una «grande stagione di consultazioni» nel Pdl, perché «si devono aprire le finestre per fare entrare un po' di aria fresca».

«Primarie per tutti, per l'elezione del segretario nazionale come del segretario cittadino del più piccolo comune d'Italia»

. Il modello che ha in mente «prevede una terapia a base di massicce dosi di partecipazione»:
«Perciò spingerò per una rapida celebrazione dei congressi, e proporrò l'uso delle primarie per la scelta dei coordinatori come per quella dei candidati negli enti locali».

«Primarie per tutti», insiste Alfano:
«Ma saranno fondamentali le regole».

A cosa si riferisce?
«Ai soldi. Nella Prima Repubblica avevamo i partiti organizzati, i congressi partecipati e le tessere impacchettate, che non venivano acquistate dai singoli iscritti con i risparmi di famiglia, ma venivano gestite dai capibastone che le compravano con i soldi delle tangenti o del finanziamento illecito.
Questo non dovrà più accadere e tutti dovremo esercitarci a trovare una soluzione che scongiuri questo rischio».

In un partito dove, all'ombra di Berlusconi, regnano correnti e potentati locali...
«Se facciamo le tessere, siamo considerati una caserma. Se non le facciamo siamo nel caos. È la democrazia, bellezza! L'importante sarà evitare che la Terza Repubblica somigli alla Prima».

Annunciando congresso e primarie, dovrà prepararsi alla sfida interna.
«Sono diventato rappresentante degli studenti al liceo grazie alle preferenze.
Sono stato eletto in consiglio provinciale e poi all'Assemblea regionale in Sicilia con le preferenze.
In Parlamento ci sono arrivato in modo diverso solo perché il Mattarellum non prevedeva le preferenze. Ma il punto non è questo.
Credo sia fondamentale che il gruppo dirigente del Pdl stabilisca la road map, tenendo presente che ogni passaggio dovrà essere funzionale a un obiettivo: il successo alle Politiche del 2013.
Non vorrei che ci sforzassimo tutti di vincere il congresso e poi perdessimo le elezioni».

Dica la verità: lei voleva fare il segretario o non ha potuto rifiutarsi?
«Mi è stato chiesto e l'ho fatto. Ma la proposta, e questo mi ha dato grande soddisfazione, non è venuta solo da Berlusconi. Entro fine giugno, quando sarà convocato il Consiglio nazionale del partito, lascerò il ministero della Giustizia senza rammarico né rimpianti, dopo aver presentato in Parlamento il codice antimafia. Vivo questo incarico come un ritorno alla militanza, per contribuire a dare forma al più grande partito dei moderati italiani, un partito che per dimensioni non teme confronti in Europa».

E che presto cambierà nome.
«Vedo troppe discussioni premature.
Il nostro compito oggi è rafforzare il Pdl.
Un'opera che non risponde a un'ambizione di carriera.
Tecnicamente non è certo una promozione, dato che ero Guardasigilli».

Politicamente sarà anche complicato, visto che assume i pieni poteri di un partito dove c'è un capo.
«I partiti a guida carismatica sono tipici della Seconda Repubblica. Cosa sarebbe la Lega senza Bossi, l'Udc senza Casini, l'Idv senza Di Pietro? E comunque, per quanto mi riguarda, ai poteri che mi sono stati affidati corrisponderà la responsabilità delle scelte».

Tanto poi decide il Cavaliere...
«Non è vero. In realtà molte decisioni assunte nel Pdl in questi anni non erano condivise da Berlusconi. Ma capisco che questo non è un argomento per chi, a sinistra, vive di stereotipi».

Veramente anche molti commentatori di destra lo sostengono.
«Esiste anche un conformismo di destra.
E così sarò più esplicito: per un'operazione di maquillage non avrei offerto la mia disponibilità.
Mi sarei sottratto, certo di non compromettere il mio rapporto con Berlusconi.
Ho accettato perché l'operazione è seria: che lo sia, lo dimostra il fermento nel partito».

«Fermento»? Da quel che si sente, dietro le dichiarazioni ufficiali, c'è molto di più: a partire dai coordinatori.
«Invece nelle ore decisive, proprio dai coordinatori, non ho avvertito resistenze ma tangibili segnali di generosità. La scelta presa dall'ufficio di presidenza del Pdl testimonia che si può innovare senza decapitare, con buona pace di chi si aspettava una resa dei conti».

Formigoni dice che la sua nomina non ha fatto certamente sobbalzare l'elettorato del Pdl.
«Scopo del segretario non è far sobbalzare, ma guidare un partito.
Quanto al tema delle candidature nel 2013, è un esercizio di stile, perché tra due anni sarà ricandidato Berlusconi».

Poi c'è Tremonti, che non l'ha presa bene.
«Sono un antico estimatore di Tremonti. Non mi risulta che non abbia gradito la mia nomina».

Se è davvero un'«operazione seria», tanto da aver provocato «fermento» nel partito, allora vuol dire che il Pdl si prepara a gestire la fine del berlusconismo?
«No, questa è un'evoluzione berlusconiana del partito.
Quando Berlusconi sciolse Forza Italia e decise di dar vita al Pdl insieme ad An, si predispose a una struttura articolata. Superata la fase fondativa su cui si reggeva la logica del triumvirato, non ha più ragion d'essere una divisione interna basata sul 70% di Forza Italia e 30% An.
Oggi è 100% Pdl.
Una forza in cui chi dissente non deve andare via e chi assume decisioni deve farlo in modo tale che tutti ci si possano riconoscere».

Ma le primarie evocano il superamento di Berlusconi.
«Al contrario. Le primarie nel Pdl servono a tutto, tranne che per sapere che il leader è Berlusconi. A differenza di quello che accade nel Pd».

Bossi sostiene però che il Cavaliere si è imbolsito e ha molti dubbi sulla sua capacità di tornare a vincere.
«Il rapporto tra Berlusconi e Bossi è solido, molto solido.
Inoltre ricordo che nel 2005 il centrodestra perse rovinosamente le Regionali e tutti dissero che Berlusconi era spacciato. Ne riparleremo anche nel 2017».

A parte il fatto che nel 2006 il centrodestra poi perse alla Politiche, non vorrà mettere tra parentesi la sconfitta alle Amministrative?
«Figurarsi. Riconosciamo la sconfitta e agli elettori diciamo: messaggio ricevuto.
Abbiamo pagato dazio alla crisi economica, un destino comune a quello delle forze che sono al governo negli altri Paesi europei».

Tra le cause non inserisce i toni usati dal premier, per esempio sulla giustizia?
«In tempi di crisi i cittadini votano in rapporto alla sofferenza nella gestione del budget familiare.
Ed è sempre più difficile immaginare una risposta nazionale a una crisi internazionale.
Penso sia necessario che in Europa vengano difesi i nostri interessi.
L'Unione non è un vangelo ma un luogo di negoziato perpetuo tra interessi nazionali, spesso divergenti. Credo che Berlusconi e Tremonti abbiano fatto benissimo, riuscendo a inserire tra i parametri del nuovo Patto il risparmio privato, dove l'Italia è fortissima».

Ora però si preannuncia una manovra.
«Sarà valutazione del governo trovare una strada che tenga insieme rigore e crescita. La sfida del prossimo biennio di legislatura è la riforma del fisco, e penso che alla fine ci riusciremo».

Due anni di governo in queste condizioni?
Con la Lega che sta ragionando se rompere con il Pdl?
Maroni è stato chiaro: spera che la sua nomina a segretario possa «avviare una fase di rilancio dell'alleanza».

«Il rapporto con la Lega è strategico, insieme a loro siamo gli unici a poter dare stabilità e riforme all'Italia. Considero il segnale di Maroni molto importante. Penso che un Pdl più organizzato e percepito in quanto partito, possa dare benefici all'alleanza. Personalmente lo ringrazio. Al governo siamo stati un tandem antimafia affiatato ed efficace, che ha smentito la tradizione per cui i titolari del Viminale e della Giustizia fossero condannati alla lite. Insieme e senza gelosie abbiamo ottenuto grandi risultati, partendo lui dal Nord e io dal Sud».

Per strada Berlusconi ha rotto il rapporto con Casini, pensate di poterlo ricostruire?
«Con l'Udc stiamo insieme nel Ppe, i nostri elettorati sono gemellati.
Occorre lavorare per superare questa anomalia. E non è affatto escluso che ci si possa riuscire».

Sul palco delle autorità, alla parata del due giugno, si è notato come Fini da lontano si sia complimentato con lei. È un gesto che può avere un seguito politico?
«Accorciare le distanze umane è sempre un buon viatico».


Francesco Verderami
Corriere della Sera del 4 giugno 2011


pubblicazione: 05/06/2011

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