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mercoledì
7
dicembre
2022
Sant'Ambrogio



«A Piacenza sanità invidiabile»

Un romano “padanizzato” a cui è rimasta la nostalgia per il Cupolone, ma che dei piacentini ha imparato ad apprezzare soprattutto una peculiarità: «Qui la gente fa parecchia fatica a prendere una decisione, ma quanto l'ha presa ci lavora con una determinazione ed una caparbietà che a Roma non conoscevo, a volte anche fianco a fianco con chi - prima - quella decisione non la condivideva».

Francesco Ripa di Meana, 53 anni, confermato alla guida della nostra Ausl per un ulteriore mandato, ha il pragmatismo di chi è orgoglioso di essere chiamato “manager della sanità”.
«Questa parola a volte viene usata male - spiega - il manager è un'occasione nuova e importante. Certo, senza una forte capacità della politica di orientare la sanità, diventa un vaso di coccio».
La sanità.
Un universo difficile da governare, ammette il direttore, «dove i tempi per realizzare cambiamenti significativi non sono mai brevi, dove ogni giorno c'è un problema nuovo e il motto “cosa fatta capo ha” non vale».

La scommessa più importante per la sanità piacentina - assicura - è credere definitivamente in sè stessa.
«Abbiamo la fortuna di far parte della regione che offre i servizi migliori d'Italia e continuiamo a guardare l'erba del vicino lamentandoci perchè è più verde - sbotta il direttore generale - non abbiamo alcuna ragione per soffrire di complessi d'inferiorità, ma non dobbiamo nemmeno porci obiettivi irraggiungibili. Inutile sognare, noi non avremo una cardiochirurgia, almeno fino al giorno in cui in qualsiasi ospedale un medico potrà trapiantare un cuore!
Però stiamo attrezzando una struttura di angioplastica primaria forse in modo più anticipato ed efficiente che altrove in Emilia.
Siamo l'azienda che dal '96 investe di più in tecnologia, abbiamo operatori in cui è radicato il senso del servizio pubblico.
Dobbiamo far conoscere questa realtà agli utenti e non continuare a nasconderci dietro a lamenti, che spesso sono degli alibi».

Novembre 2001/gennaio 2005: quale ritiene che sia il fiore all'occhiello della sua direzione e quale invece l'obiettivo che non e' riuscito a centrare?
«Sono soddisfatto per aver superato la parcellizzazione, se vogliamo anche un po' l'improvvisazione, che aveva caratterizzato in passato certi investimenti immobiliari. Abbiamo operato scelte che, messe assieme, creano una nuova immagine dei nostri ospedali, del servizio territoriale, del front-office. Sono state prese decisioni importanti, come l'apertura definitiva della Radioterapia, la nomina di dodici primari e altro ancora. Il risultato che non sono riuscito a raggiungere, ma credo fosse impossibile in tre anni, è una totale inversione di tendenza per quanto riguarda la mobilità dei pazienti».

Parliamo di tempi di attesa per visite ed esami specialistici: dove abbiamo migliorato e quali sono invece le criticità delle nostre strutture sanitarie?
«Siamo migliorati per quanto riguarda le alte tecnologie (ad esempio Risonanza magnetica e Tac) e nel garantire al cittadino che, comunque, gli interventi urgenti vengono eseguiti nelle 24 ore. C'è anche da dire che, a voler guardare bene, ad esempio per l'endoscopia, si scopre che i tempi d'attesa molto lunghi riguardano spesso esami non appropriati. Il problema è che la visita specialistica non sempre viene richiesta solo quando serve veramente. E comunque ci sono “gap” difficilmente colmabili. Un esempio? A Cremona hanno sette macchine per la Risonanza magnetica (mentre a Piacenza ne abbiamo una sola) e - poichè la Regione Lombardia ha fissato “tetti di spesa” per i propri cittadini - è ovvio che i responsabili di struttura sono pronti a fare ponti d'oro ai pazienti emiliani che decidano di utilizzarla. Noi non potremo mai competere con un esame di questo tipo - magari inutile - fatto in ventiquattro ore a Cremona. Ma non è nemmeno il nostro obiettivo perchè comunque sappiamo che che l'iperconsumo di prestazioni sanitarie fa male».

Piacenza ha assistito in passato a consistenti flussi di emigrazione dei pazienti. Siamo finalmente in controtendenza?
«Quello della mobilità è un tema difficile, lo sapevo dall'inizio. Non si cambiano da un giorno all'altro i comportamenti di consumo (quali sono anche prestazioni sanitarie) di una popolazione che vive a 60 chilometri da Milano e a 40 da Pavia. Ma qualcosa è cambiato. Ci siamo siamo concentrati sulle prestazioni che potevamo migliorare, con ottimi risultati. I parti nelle nostre strutture sono passati dai 1736 del 2002 ai 2015 dello scorso anno. E' un risultato ottenuto principalmente cambiando, qui a Piacenza, l'approccio del percorso nascita. Ma anche sull'urologia e l'oncologia abbiamo fatti significativi balzi in avanti. Per non parlare dei nostri “fiori all'occhiello”, ad esempio l'impianto di protesi cocleari (il cosiddetto orecchio bionico) che ci ha portato lo scorso anno 27 pazienti da altre province. Dunque una mobilità attiva in aumento, che ci fa bene a livello d'immagine e che compensa una mobilità passiva comunque in diminuzione».

Lei è specializzato in medicina del lavoro, l'infortunistica è un tema molto sentito e purtroppo spesso di attualità. Che cosa fa l'Ausl dal punto di vista della prevenzione?
«Abbiamo due modalità d'intervento. La prima è l'uso delle ispezioni, che abbiamo sensibilmente incrementato, specie nei settori critici come l'edilizia. La seconda è il difficile lavoro di creare una cultura della prevenzione ed un obbligo, per i datori di lavoro, di assumersi le proprie responsabilità anche nella prevenzione. Sotto questo punto di vista un ottimo risultato è stato ottenuto con i responsabili dei cantieri piacentini dell'Alta Velocità. E non un caso che nel nostro territorio non si siano registrati i gravi incidenti che sono invece avvenuti su altre tratte».

L'anno scorso un gruppo di ex-primari ha espresso osservazioni critiche sul nostro ospedale. A suo avviso che cosa c'era di costruttivo e che cosa di ingiusto in quelle critiche?
«Fu positiva l'attenzione al tema della sanità dimostrata anche in quell'occasione da questi nostri “nonni” (mi si passi il termine). Fu invece sicuramente negativa la disinformazione e la ripetizione di vecchi luoghi comuni, senza tener conto dei grandi passi avanti che i professionisti di questa azienda hanno compiuto nel corso degli anni».

Malasanità.
Una parola che si vorrebbe cancellare dai nostri dizionari, ma di fatto gli errori - umani - di chi lavora in corsia purtroppo ci sono. E anche a Piacenza. E' ben noto che le Ausl ogni anno spendono milioni di euro in cause con i pazienti.
Che cosa si fa per migliorare questo tipo di problema, che ha causato addirittura il rifiuto da parte di alcune compagnie di assicurazione di fare contratti con gli ospedali?

«Questo è problema nazionale e internazionale, basti pensare a quel che accade negli Usa. Posso dire che, nel panorama emiliano, l'Ausl di Piacenza è quella che ha il minore livello di contenzioso. Naturalmente anche noi ci trasciniamo cause “pesanti” legate a supposti errori medici. Che cosa facciamo? Ci siamo attrezzati da anni a “standardizzare” la sicurezza e le nostre prestazioni. Certo, eravamo un po' indietro, soprattutto dal punto di vista infrastrutturale; ma credo che non possa essere considerato un intervento da poco il fatto che la Regione abbia messo in gioco in questa “partita” qualcosa come 70 milioni di euro. Ma il nostro sforzo in questi ultimi anni è stato anche quello di creare percorsi organizzativi standardizzati, rispetto a come si eroga una prestazione, percorsi che prevedono l'obbligo di ottemperare ad una precisa serie di passaggi. E i risultati mi sembrano buoni».

Guardiamo ora al suo nuovo mandato: il Piano Direttore dell'Ospedale di Piacenza parte da “un futuro che viene dal passato”. Che cosa vuol dire?
«Io non credo a una sanità che guarda solo al futuro e diffiderei di un centro medico che aprisse e si buttasse solo sulla nuova tecnologia, non avrebbe una cultura. Nella sanità è esenziale partiredal proprio passato e tanto più a Piacenza dove il recupero dell'efficienza è iniziato ben prima dell'arrivo di Francesco Ripa di Meana».

Tra i principi ispiratori della riprogettazione del complesso ospedaliero dovrebbe nelle sue intenzione avere un ruolo fondamentale l'attenzione all'utente: in che modo?
«Vogliamo dare più voce al cittadino, ai comitati misti, alle associazioni che rappresentano il malato e che già adesso ci danno una grossa mano con una visione critica del nostro lavoro. Dobbiamo avere dei front-office efficienti in tutte e tre le sedi di Distretto più grosse: Sportelli dove il cittadino trovi soluzione ai problemi e risposte alle domande».

La Provincia di Piacenza per quanto riguarda la copertura sanitaria ha le sue criticità soprattutto nella montagna. Che cosa si sta facendo e si farà per garantire un servizio efficiente a chi abita anche nelle più impervie località del nostro appennino?
«Noi abbiamo un debito con chi abita sulle nostre montagne, i boschi appenninici sono la nostra foresta amazzonica. Io, come direttore sanitario, devo garantire che questo debito sia pagato! C'è una forte e positivo confronto con i sindaci. Quello a cui dobbiamo puntare è fare in modo che chi abita in motagna si sposti il meno possibile - quando non è strettamente necessario - per le proprie esigenze sanitarie. Come? Utilizzando le farmacie e anche le sedi comunali come sportello dell'azienda. Ma anche con la telemedicina. Poi bisogna lavorare sulle strutture. Abbiamo già realizzato a Bobbio (e presto realizzeremo a Farini) un centro dove i cittadini possono organizzarsi per fare tutti gli esami e in un solo giorno. Dobbiamo sviluppare la collaborazione con i medici generici, interagire sempre di più con i sindaci, creare figure di riferimento, ad esempio quella dell'infermiere di famiglia».
giorgio.lambri@liberta.it


pubblicazione: 15/01/2005
aggiornamento: 23/04/2005

Francesco Ripa di Meana (foto Libertà) 5008
Francesco Ripa di Meana (foto Libertà)

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